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Nella prefazione alla quarta edizione del 1920 dei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905) Freud ricorda che l'accentuazione dell'importanza della vita sessuale per tutte le prestazioni dell'uomo e l'allargamento da lui proposto del concetto di sessualità hanno da sempre costituito uno dei motivi di forte resistenza contro la psicoanalisi. Già in precedenza aveva sottolineato la cattiva accoglienza che aveva ricevuto la sua tesi sulla etiologia sessuale delle nevrosi, benché essa avesse preso le mosse da idee che circolavano negli ambienti medici della seconda metà dell'Ottocento, anche se queste idee non erano mai state menzionate nelle sedi ufficiali, né tantomeno si era mai provato a formularne una teoria coerente (1914, 386). In verità dobbiamo riconoscere che ancora oggi, non solo al di fuori dei confini del movimento psicoanalitico, ma anche, almeno in parte, al suo interno, si osserva una tendenza a diminuire il valore e l'importanza della sessualità nella eziopatogenesi dei disturbi psichici e, quindi, a sottovalutarla nella pratica clinica della psicoanalisi sino a provocare l'ironica domanda di Green (1995a) se la sessualità abbia ancora qualcosa a che fare con la psicoanalisi.
A questo riguardo si può dire che la teoria kleiniana, la Psicologia del Sé, l'intersoggettivismo e le differenti formulazioni della teoria delle relazioni d'oggetto, al di là delle loro reciproche differenze, sono le correnti psicoanalitiche che hanno concorso ad eclissare la sessualità dalla teoria e dalla pratica psicoanalitica.1 Sempre secondo Green (2002, 71), l'esistenza di una forte corrente puritana nelle società anglosassoni può aver contribuito a questo fenomeno.