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Nella prima parte del lavoro dedicato all'infertilità ed alla procreazione medicalmente assistita ho delineato alcuni aspetti generali e di ordine specialistico. Descriverò ora quanto più specificatamente osservato dal punto di vista psicoanalitico presentando ampie tranche cliniche relative a vicende attinenti alla procreazione programmata, soffermandomi in particolare sull'ineludibile rapporto con la morte, con la fantasia infanticida e con l'attacco interno dei bambini-morti.
Parlerò di tre donne: la prima vittima di un epilogo tragico, la seconda, protagonista di una immediata riuscita delle tecniche, la terza, una donna infertile che non ha fatto ricorso al presidio medico.
Un apposito paragrafo è dedicato alle nuovissime frontiere procreative: la preservazione fecondativa in pazienti oncologiche (il cosiddetto concepimento post mortem) tramite processi di crioconservazione e di vitrificazione.
Un'ultima parola, infine, sui nuovi presidi diagnostici intrauterini.
Sono sempre stata stupita nel constatare quanto si somiglino le parole con cui le donne in procreazione medico-assistita descrivono negli ambulatori, nei reparti e nella stanza d'analisi, il loro vissuto. «Lei non può immaginare». Tutte mi dicono questa frase, e sempre mi colpisce il tono, una specie di distacco, come se descrivessero un dramma da cui, pur essendone protagoniste, tentare di prendere le distanze: