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Molto tempo prima del concepimento vero e proprio, il bambino, o la bambina, è concepito nella mente dei genitori. Tale concepimento mentale affonda le proprie radici nelle profondità dell'inconscio e nella storia evolutiva di entrambi i genitori. È universalmente riconosciuto che la piccola che gioca con le bambole «gioca con» l'idea di diventare madre, un giorno, e di occuparsi del figlio secondo le modalità che ha vissuto con sua madre. Viceversa, il bambino che potrebbe manifestare altrettanto interesse a «dare la pappa» al suo bambolotto e a vestirlo, a metterlo a nanna, cullarlo e consolarlo, proprio come è stato consolato lui, rappresenta un fenomeno meno riconosciuto. Troppo spesso, infatti, le angosce culturali nei confronti dei bambini «effeminati», che giocano con le bambole, finiscono con l'esacerbare le preoccupazioni provate dai maschietti rispetto alle loro differenti identità: sono maschi, non femmine, perciò provare eccessivo interesse per un gioco «da femmine» potrebbe essere troppo pericoloso, con il rischio di suscitare nei piccoli un'angoscia rispetto alla loro mascolinità. Concepire di essere genitori è fondamentale nel processo di passaggio dall'infanzia all'età adulta, anche nell'epoca contemporanea, apparentemente contrassegnata dalla «libera scelta» in simili questioni e da un aumento dell'incidenza della mancanza di figli per motivi di ogni genere.
Propongo questi rilievi a preludio di una discussione sui fattori inconsci che possono essere presenti quando si considera la difficile situazione di chi desidera la genitorialità ma che, per una serie di ragioni, scopre di non potere avere figli o portare a termine una gravidanza. Questo scritto si articola intorno a un caso clinico di psicoterapia psicoanalitica condotta con genitore e bambino, in cui ho