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La riflessione sull'inconscio, sull'ipotesi di un suo logoramento per i cambiamenti indotti dalla postmodernità attraversa un momento di accentuato interesse: al volume di Massimo Recalcati, L'uomo senza inconscio, accosterei l'articolo di Giuseppe Di Chiara: «L'inconscio: denuncia di scomparsa. Eppur rimuove» (2009) e, più in generale, il recente dibattito on line sul sito della SPI: «Può l'inconscio scomparire?», che riprende alcuni dei temi del Congresso di Taormina del 2010.
Il primo fattore, che cattura la nostra attenzione, è considerare l'inconscio non come un elemento della natura, inalterabile nel tempo, ma permeabile e modificabile dal contesto esterno. Non sono solo le nostre teorie che si evolvono, ma muta lo stesso oggetto di indagine. La conseguenza è, per come scrive Recalcati, «studiare le condizioni cliniche e sociali che disattivano (tendenzialmente) il funzionamento del soggetto dell'inconscio». Sviluppare cioè la vocazione psicoanalitica dell'essere anche senza divano nell'esplorazione di storia e società, senza diluire il proprio statuto scientifico, ma sapendo che questo è attraversato dal fluido spirito del tempo. È possibile che l'interesse attuale per questo tema sia sostenuto dalla sensazione che il nostro paese attraversi anni difficili, di decadenza civile e sociale: segnali di crisi più che dallo Zeitgeist, dall'Ortgeist.
Dal vertice lacaniano, riferimento costante nel libro di Recalcati, il discorso del capitalista solidifica il desiderio del soggetto nell'universo dei gadget: risuona