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Lavoro, formazione, verità. In qualche caso può essere opportuno esplicitare un po' più le parole chiave che, in copertina, talvolta richiamano alcuni argomenti tematicamente trattati nel fascicolo, talaltra intendono solo mettere in evidenza qualche filo rosso che, anche sorprendentemente, lega tra loro testi tessuti indipendentemente dai singoli Autori. Come ulteriore traccia, in superficie, di quell' opera comune di cui la Rivista di Psicoanalisi è cornice.
L'attuale crisi economico-finanziaria e politica sta indubbiamente «riscrivendo», come è stato autorevolmente notato, «il rapporto tra sovranità, democrazia, capitalismo e mercati», intrecciando pericolosamente crisi del lavoro e crisi della democrazia. Quest'ultima è messa fortemente sotto tensione e sottoposta a deformazioni, di cui ultimamente il panorama italiano ha spettacolarmente evidenziato singolari varianti e rischiose derive (ma ancora il participio passato non è affatto d'attualità). Lo stesso accade per quanto riguarda il lavoro, che negli ultimi decenni e ancor più recentemente è andato incontro a trasformazioni — nella sua organizzazione, forma e stabilità, ma anche nella sua immagine sociale e culturale — dai risvolti talvolta nascosti, ma anche dai sintomi palesi e in qualche caso allarmanti, di cui la violenza visibile e «invisibile» che ci circonda non è tra i minori. Ciò vale altresì per il lavoro psicoanalitico, che è altrettanto pressato dai mutamenti culturali e sociali e dalla stessa crisi, messo in forse non solo nella sua concretezza di spazio-tempo disponibile per dispiegare l'intima estraneità dell'inconscio intorno a cui ci costruiamo storicamente e le sue sintomatiche ripercussioni, ma nella sua stessa peculiare fisionomia, anch'essa talvolta messa alla prova di appiattimenti e semplificazioni, e dunque nelle sue stesse condizioni di possibilità. Nonostante, peraltro, il lavoro si possa legittimamente considerare chiave di volta dell'apparato psichico, nei molteplici aspetti in cui