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Mi è stato chiesto di tornare sul numero 2/2010 della Revue française de psychanalyse (RFP), dedicato al tema dell écrire la psychanalyse (scrivere la psicoanalisi). È un'occasione per rivisitare après coup sia il progetto del numero che la sua realizzazione. Questo ci permette di riconsiderare sia la necessità insita nel tema scelto che gli scarti intervenuti tra le intenzioni e quanto quel numero della Revue è riuscito a cogliere e a fissare (per iscritto) dei molteplici aspetti inerenti all'atto stesso di scrivere la psicoanalisi: cioè la sua complessità, per molti versi sfuggente.
Riprendendo in mano quel numero, realizzato insieme ai colleghi Abdel-Karim Kebir et Sabina Lambertucci-Mann — sotto l'occhio sornione del nostro direttore Denys Ribas — ci tornano in mente sia la nascita del progetto, avvenuta durante una delle riunioni di redazione, che le tensioni intellettuali emerse durante la realizzazione del volume, sulla base di quello che si leggeva negli articoli inviati dai colleghi: tra qualche sorpresa e alcune frustrazioni.
A ben vedere, gli scarti intervenuti fra questi due tempi, in certo modo sono essi stessi degli indicatori del processo specifico di cui ci si occupava, degli osta-coli che lo scrivere la psicoanalisi comporta di per sé. Al di là della specificità del funzionamento del gruppo redazionale, ritengo che quel che è risultato da questo lavoro collettivo, durato più di un anno, riveli già qualcosa di ciò che è mobilizzato nell' atto dello scrivere e di render pubblico qualcosa di psicoanalitico.
Come accennato nell'argomento del numero in questione, se la psicoanalisi in quanto clinica è essenzialmente «cura di parola», in cui la parola dei due prota-gonisti dell'incontro si dispiega sullo sfondo del contratto di confidenzialità assoluta, in varie occasioni questa stessa parola diventa scrittura.