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Il dibattito sulla cosiddetta «analisi didattica», sulla legittimità di tale analisi all'interno del canone psicoanalitico, sui modi e sulle forme in cui eventual-mente realizzarla, sul significato istituzionale e culturale delle diverse opzioni, curiosamente appare, pur nella ricchezza e vivacità del discorso, relativa-mente scarso di riflessioni più strettamente psicoanalitiche. Non mancano certo notazioni e concetti psicoanalitici nelle osservazioni e nei commenti sul significato dello status quo del training o delle diverse proposte di cambiamento, né nelle linee di riflessione sull'istituzione psicoanalitica ad ogni livello, l ma vi fa difetto — mi sembra — un'impostazione psicoanalitica del pensiero sulla natura dell'oggetto della discussione e, anche, della contesa: che cosa deve essere, o sarebbe, vorrebbe, potrebbe essere un'analisi didattica, per qualificarsi come tale?
Il problema può essere posto così, in termini generali e quasi filosofici: l'aggettivo «didattica» predica dell'analisi qualcosa di sostanziale o di accessorio, cioè le attribuisce una proprietà centrale o secondaria? In altri termini l' «analisi didattica» è analisi (termine che di solito riassume l'espressione «analisi personale») con un qualcosa in più, un attributo che la rende specie a sé stante; oppure l'aggettivo «didattica» evidenzia solo una caratteristica contingente dell'analisi, senza modificarne in nulla la sostanza? E in che cosa allora consisterebbe, nel primo caso, l'essenza dell' «analisi didattica» considerata come specie differente