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Gli articoli qui pubblicati, preceduti da una «Presentazione» di Stefano Bolognini, sono le tre relazioni introduttive della Conferenza nazionale del training della SPI, svoltasi a Roma l'8 ottobre 2011, sul tema «Una riflessione sul training».
La pubblicazione da parte della Rivista di Psicoanalisi di una serie di contributi sui tre modelli ufficiali approvati dall'IPA per il training psicoanalitico dei Candidati, costituisce un'iniziativa quanto mai opportuna in questa fase di ripensamento dei percorsi formativi nell'ambito della Società Psicoanalitica Italiana.
Credo di poter dire qualcosa di specifico sulla storia dell'approvazione ufficiale di questi tre modelli in quanto sono stato Representative IPA nel primo Board, quello presieduto da Daniel Widlöcher , che avviò la discussione intensiva su questa materia, e poi dal 2005 al 2007, nel secondo Board, presieduto da Claudio Eizirik, che giunse ad approvare la normativa presente dopo una serie di vere e proprie battaglie istituzionali.
L'argomento era a dir poco scottante: l'IPA riportava nelle sue «Bylaws» quale unico modello di training lo storico modello Eitingon, assunto come via indiscussa di formazione dei futuri analisti, mentre era ben noto che un altro modello, quello francese, era adottato di fatto da decenni nell'area francofona (Francia, Belgio, Svizzera), con estensioni alla Società di Madrid e ad un'area della Società Ellenica.
Il Board IPA si trovò fin dall'inizio spaccato in due.
Da un lato vi schieravano — potremmo dire — i conservatori, preoccupati che il riconoscimento dell'esistenza di un altro modello o di varianti di esso potesse indurre altre società ad un rapido cambiamento e ad un progressivo abbassamento degli standard formativi, con grave danno per l'immagine dell'Associazione Internazionale e per una temuta erosione di valori scientifici e tecnici nelle generazioni psicoanalitiche future.