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Pontalis scrive: «Non c'è un istituto di psicoanalisi nel mondo che non sia stato portato ad interrogarsi sulle sue procedure di selezione e di training, sulle modalità dell'insegnamento che offre, su ciò che qualifica un “candidato” a praticare l' analisi. Ognuno si lamenta, non senza un po' di ipocrisia, del fatto che un Ferenczi, un Tausk oggi non avrebbero la più piccola possibilità di arrivare fino in fondo a questo laborioso percorso di combattimento che è diventato la formazione di un analista. Si deplora, qua e là, il conformismo circostante, si fa appello alla creatività. Ci si domanda: perché gli spiriti curiosi, perché i giovani ricercatori che vogliono “apprendere qualcosa di nuovo” (come diceva Freud di sé stesso) non vengono da noi? E si accusa la troppa burocrazia o il troppo lassismo. Dopo di che, ci si accomoda» (Pontalis, 1979, 5).
Pur scrivendo che «parlare di una società di psicoanalisi è una contraddizione in termini», Pontalis, come noi tutti, ritiene che senza istituzione non ci possa essere un'analista, e quindi non ci possa essere la psicoanalisi.
È opinione di Safouan (1983, 18) che «L'istituzionalizzazione della psicoanalisi mette in scena il mito proposto da Freud in Totem e tabù: un accomodamento fraterno dettato dall'uccisione, non tanto eseguita quanto non confessata, oppure confessabile benché non eseguita; è insomma lo sbocco di una convergenza nella rimozione».
Per trasmettere la psicoanalisi Freud, inizialmente, tendeva a fare delle analisi un po' più lunghe con ambizioni terapeutiche maggiori. Continuò in questo modo per parecchio tempo, sebbene cominciassero a profilarsi alcuni problemi, poi per iniziativa del gruppo berlinese si pensò che per la formazione fosse opportuno che il formatore analista, non solo avesse più esperienza ma che fosse