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«Veronique, davvero pensa che ci si interessi ad altro che a sé stessi? […]. Ognuno si salva come può». È uno dei quattro personaggi di Carnage a parlare, in apertura dell'eccellente pièce teatrale della francese Yasmina Reza, Le dieu du carnage (Il dio del massacro, Adelphi, 2011), da cui Roman Polanski ha tratto, fedelmente, un film altrettanto potente (Festival di Venezia, 2011). Dopo aver girato per i teatri italiani e europei e a Broadway con successo (interpretato da Isabelle Hupper, con debutto nel 2006 a Zurigo), questi novanta minuti di finestra sulla carneficina quotidiana del salotto borghese, si arricchiscono di spessore e consistenza nelle mani capaci di Polanski.
Questo lo spunto che mi ha subito raggiunta, con cui inviterei dunque a vedere, e leggere, Carnage: come un'impietosa, ma al contempo piena di umana pietas e non priva di amara ironia, finestra su questo spazio-luogo che è il salotto borghese, centro della casa dove la coppia coniugale si ritrova, ma anche zona di confine dove si accoglie l'ospite, dove avviene l'incontro con l'altro, con l'esterno. Qui la scena si sposta da Parigi all'upper-middle class newyorkese, ma senza cambiarne la sostanza: sono due coppie benestanti, educate, colte ed informate quelle che si incontrano per sbrigare, inizialmente, le formalità burocratiche circa un pestaggio avvenuto tra i figli a scuola: uno ha picchiato l'altro, cose che succedono, tra ragazzi. Dall'iniziale formalità, la conversazione prende campo e la patina del politically correct lentamente si sfalda.
«Il confine tra la coppia e il gruppo — ha scritto Otto Kernberg — è sempre una zona di guerra»; confine che qui si fa rappresentazione concreta fra gli eleganti divani del salotto, i mobili scelti con cura, le riviste d'arte e i fiori presi appositamente per l'ospite,
Il 16 novembre 2011, qualche giorno prima di andare in stampa, leggo su Li