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La felice scelta editoriale di raccogliere in un numero monotematico i contributi della Conferenza annuale della ACP (Association of Child Psychotherapists) del 2008 sull'identità di genere merita una recensione accurata.
Domenico Di Ceglie, nel primo contributo («Engaging young people with atypical gender identity development in therapeutic work: a developmental approach»), mostra come adolescenti con disturbi dell'identità di genere — e le loro famigliepossano essere motivati a cercare aiuto all'interno di un servizio nazionale specializzato, che, integrando varie competenze, usa protocolli autorizzati di intervento: una sicurezza, questa, per utenti e professionisti, anche se talvolta le organizzazioni di autoaiuto ritengono troppo lenti gli approcci e le procedure. E comunque, il campo e il lavoro sono sotto tensione: si prestano a polarizzazioni, fedi, controversie che, per un verso, rendono il lavoro interessante, per un altro, mettono sotto pressione anche il professionista. Che si trova a lavorare sul filo del rasoio: perché fragile è il legame tra mente e corpo e angosciante il sentimento di disarmonia tra l'autopercezione del soggetto e la realtà fisica del corpo; perché dalla pubertà in poi diventa urgente riadattare il corpo alla percezione, pena un sentimento di catastrofe; perché l'esperienza di stigma e di persecuzione — dell'adolescente e della sua famiglia — può permeare in modo conscio o inconscio anche il professionista che rischia di perdere una visione bilanciata e di essere spinto all'acting out. A fronte di un difficile ingaggio nell'esplorazione terapeutica, anche per un pervasivo sentimento di autosufficienza del paziente, Di Ceglie descrive, attraverso la storia di due casi clinici, un modello di intervento evolutivo in grado di distinguere, sulla base di una comprensione psicodinamica, posizioni di passaggio (e relative fantasie) e posizioni persistenti (e relative fedi) nel corso dello sviluppo, sicché da esso possa emergere, in una cresce