You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
«Mi sono annotato un esempio di proverbio cinese, che tradotto letteralmente suona: “Poco ciò che vedere molto ciò che mirabile”. Non è difficile da capire. Esso può voler dire: quanto meno uno ha visto, tanto più trova da ammirare, oppure: molto c'è da ammirare per colui che poco ha visto. Non è naturalmente il caso di decidere tra queste due traduzioni, diverse solo sotto il profilo grammaticale. Nonostante queste indeterminatezze, la lingua cinese, a quanto mi viene assicurato, è un mezzo eccellente di espressione del pensiero. Non necessariamente, dunque, l'indeterminatezza conduce all'ambiguità» (Freud, , 296).
Con queste parole Freud conclude, nella quindicesima lezione dell'Introduzione alla psicoanalisi, un breve paragrafo dedicato al lavoro onirico e alla lingua cinese, lingua in cui «in tutti i casi di indeterminatezza, la decisione viene lasciata all'intelligenza dell'ascoltatore, che si lascia guidare dal contesto» (Freud, , 298).
Se il cinese, come dice Freud, è un mezzo eccellente per esprimere il pensiero di chi parla, allo stesso tempo è essenziale che alla sua comprensione partecipi attivamente l'ascoltatore e in modo speciale, nel caso di una traduzione, il traduttore.
Tale compartecipazione, che esiste sempre nella comunicazione umana anche se in gradi diversi, fa sì ad esempio che, come ben sappiamo, nell'ambito delle traduzioni esista «un Freud di lingua tedesca, ma anche un Freud italiano, spagnolo, francese ed inglese. La traduzione riuscita del pensiero freudiano in un'altra lingua lo fa rinascere in certo qual modo in quella nuova» (Plänkers, infra, 75).