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Lo scorso anno questa rivista ha pubblicato alcuni contributi densi e importanti sul dibattito internazionale che da un po' di tempo si è particolarmente animato e che concerne i requisiti minimi (quanto al numero settimanale delle sedute) delle analisi ai candidati analisti. Il punto di partenza, nella quasi totalità dei casi, è stato quello della valutazione comparativa fra i tre modelli, che, almeno per quanto riguarda il training, vengono riconosciuti dall' International Psychoanalytic Association: il modello Francese (3-4 sedute settimanali), quello Eitingon (4-5) e quello Uruguaiano (3-5).
Personalmente provo un certo disagio a procedere a questa comparazione dando particolare enfasi al numero di sedute: volendo, infatti, dare i numeri (e lo dico con intenzionale malizia), poiché quello Uruguaiano (3-5 sedute settimanali) includerebbe di fatto i primi due, potrebbe, di fatto, essere sottoscritto
L'ultima Biennale d'arte di Venezia («ILLU-MInazioni») si è svolta in un'esuberante varietà di opere, spesso «immersive» e talvolta mastodontiche. Opere evocative, la cui fruizione si presta anche a rappresentare temi percorsi in psicoanalisi. Così Yto Barrada («The telephone book», 2011) pare sottolineare il valore fondante dell'esperienza, quasi scientifico nella sua esatta riproducibilità, ricorrendo a un paradosso: l'esposizione dei taccuini della nonna analfabeta, con la sua precisa scrittura e traduzione simbolica dei numeri telefonici dei dieci figli. Facile un pensiero sulla caducità, osservando l'inesorabile sciogliersi delle monumentali sculture di cera di Urs Fischer, candele accese e riflesso sulla propria lenta autodistruzione, forse trasformazione: volti, corpi, oggetti lentamente fondendosi si riempiono di righe stalattitiche. Coinvolgente quanto impegnativa, per i dubbi che pone, la proposta di Christian Marclay («The clock», 2010): un film di ventida tutti e il problema sarebbe