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Ormai anche noi siamo divenuti vecchi. Ci aveva ingannato essere rimasti ragazzi, soltanto un po' invecchiati, fino all'altro ieri. Le gambe continuano a camminare, e lo fanno anche bene e volentieri, ma avvertono a tratti una strana cedevolezza, come se potessero rilasciare le loro fibre e venire meno. Le unghie dei piedi, fattesi dure e scagliose, quasi rifiutano la regola del taglio. La bocca ci rimane aperta, come se per le labbra combaciare non fosse più raggiungibile o risultasse innaturale. Non è che la commessura non tenga, sia divenuta incontinente. Né l'effetto è di indebolimento o rallentamento. Rimane più facilmente aperta, la bocca, come se non ci fosse più molto da ritenere o da afferrare, come se cominciasse a provare stupore che la vita è già vicina alla fine. Si cammina un po' curvi, non necessariamente per artrosi della colonna, ma un po' per abbassamento del tono della vita e un po' per il suo sentito peso.
Quello che ci stupisce - e dire «stupisce» è ancora poco - è che ci abbiamo messo così tanto tempo a diventare grandi, abbiamo dovuto aspettare tanto per divenire un po' adulti, e ora da un anno all'altro, da una settimana all'altra, ci troviamo vecchi. Abbiamo avuto tanto di quel tempo per imparare a diventare grandi, a essere veramente adulti, e ora, per fare decentemente i vecchi, dobbiamo improvvisare, senza aver avuto tempo a disposizione per imparare.
Nei villaggi, nei centri minori, è un po' più facile anche fare il vecchio. Senza paura di stare insieme come in un ospizio, i vecchi nei paesi siedono gli uni accanto agli altri su panche e panchine o ai tavoli dei giochi di carte. Non sanno di essere messi così accostati per motivo del caldo, come i pinguini sulla banchisa. Preferiscono credere di stare tra i banchi quasi come a scuola tra i compagni di età e di vita, e stanno lì seduti ore vagamente intimoriti, come di fronte ad un severo ed esigente maestro, ora scambiandosi poche parole e cauti commenti, come prima