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Quando si è vecchi, succede che molto si ripassi, che molto si ritorni, si torni, si giri di nuovo, proprio nel senso che si passa di nuovo su un luogo, una persona, una lettura, un dipinto, una musica, davanti a un paesaggio, che già si conosce. Non tanto per conoscerlo meglio, ma per tentare di farlo proprio, almeno in piccola parte. Il termine ripassare ci sovviene forse di quello che ci dicevano, e ci sentivamo dire da ragazzi, prima di un esame.
Anche se crediamo che dopo la morte non c'è nulla, non possiamo evitare un certo senso di preparazione, non necessariamente ansioso, un segreto rovello, come se ci potesse essere qualcosa come un esame o un rendiconto.
Si riposa da vecchi, anche perché molto difficilmente c'è qualcosa di nuovo, in particolare di un nuovo che sia accessibile. Ripasso, per scegliere, per occuparmi di questa cosa qui; ma, realmente, è perché non so che altro fare.
Quando siamo vecchi, ci possiamo trovare a volgere lo sguardo verso la ragazza che passa; ma non è lubrico, è l'attrazione irresistibile della giovinezza e della sua unica bellezza: della giovinezza che passa, quasi proponesse visione della giovane mater amorosa della prima infanzia. Incontrando il vecchio, il bimbetto osserva quasi stupito, dei capelli bianchi, l'andatura, qualcosa non va. Il passato è memoria: intensa visione. Visione che possa fungere da viatico per il gran viaggio.
Il peso degli anni non passa mai, ça va sans dire. Parte di esso può essere la sordità. Allora passeggiando in un giardino pubblico o parco, afferriamo, senza volerlo e senza uso, finali di frasi di passeggianti sconosciuti. Ci viene da cercare qualcuno che parli con tutto il corpo, come un Edoardo De Filippo. Per fortuna l'udito della musica è rimasto intatto.