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Prendendo in mano il volume Adolescenza e violenza, curato da Anna Maria Nicolò, lo sguardo è catturato dalla figura di copertina: l'immagine rimanda all'immaginario. La foto ritrae due giovani, un maschio e una femmina, seduti in treno o forse in pullman; lo spazio è diviso tra il dentro del veicolo e il fuori, oltre il finestrino, attraverso il quale si vede la distesa in luce, aperta e verde, di un prato che scorre davanti agli occhi dei due passeggeri. Dei ragazzi, in primo piano ma in penombra, si intravvedono le mani, i jeans un po' sdruciti, le magliette, i braccialetti, precisi indicatori generazionali. Le figure appaiono parziali, indefinite, incompiute, come lo è un adolescente nel corso del viaggio che porta alla soggettivazione. Il finestrino è un punto centrale della foto: separa e mette in contatto, apre all'esterno ed è segnato da piccoli graffiti che, nel loro essere espressione di un privato alfabeto generazionale, rimandano ad un gruppo che lascia le sue impronte, tenta di imprimere, a volte in forma violenta, a volte semplicemente insistente, la propria traccia sul mondo. La forza dell'immagine sta a mio avviso proprio nella immediatezza con cui delimita un campo generazionale, tema centrale dell'adolescenza, di cui ha parlato in modo originale Bollas nel suo volume Essere un carattere: «L'adolescenza è un periodo di violenza generazionale, la generazione emergente deve sputare sui genitori e sui loro oggetti per formarsi una visione della sua epoca. La violenza generazionale è essenziale per l'identità generazionale […] solo quando una generazione