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Anche se comporta necessariamente dovere tralasciare la lettura di altri numeri della RUP giunti dall'Uruguay alla nostra Rivista (del cui invio siamo grati, perché ci testimonia del desiderio di apertura e di contatto che caratterizza l'APU e il suo modo di essere «associazione psicoanalitica», oggi) la scelta di recensire proprio questo numero e non altri della RUP è motivata. Basta leggerne il titolo: Pratica psicoanalitica: mettere al lavoro le differenze, per comprendere come questo punto nodale del dibattito scientifico contemporaneo ne sia il centro tematico.
Dalla scoperta psicoanalitica originaria in poi, infatti, vale a dire quella del lavoro di simbolizzazione, specifico del lavoro dell'inconscio, sulla scena dei saperi, varie istituzioni si sono fatte garanti, ciascuna a suo modo, della custodia di questa scoperta. Ma ci sono state anche modalità inventive differenti di ricerca libera, fuori delle istituzioni; c'è stato anche un pensiero non ossidato in forme teoriche stabilite una volta per tutte: il discorso portato avanti nel tempo dall'APU sembra essere volto più a questa seconda modalità (alla ricerca dunque), che non a quella di «custodia».
Certo, ciò non è avvenuto sempre in maniera piana e le discussioni, soprattutto sul modello di formazione e trasmissione della psicoanalisi, ci dicono che, accanto all'apertura al nuovo, ci furono, anche nell'APU, contrasti e scontri, ma non tali però da istituire il modello Eitingon come un modello sempiterno, come di fatto è stato posto e proposto negli Stati Uniti e fino ad oggi in Italia. Dunque, soprattutto la capacità trasformativa del modello di formazione rappresenta oggi, per noi psicoanalisti italiani, uno stimolo forte a metterci in contatto con una ricerca, quella