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Nessuna scienza vive o evolve di per sé, ma ha bisogno di grandi uomini. Non sfugge a questa legge la psicoanalisi, che è altresì una disciplina, un modo di pensare. Di grandi uomini, ne esistono più tipi; alcuni continuano la tradizione, altri l'animano e la incarnano, le imprimono un movimento; altri ancora le infondono la loro passione, la rinnovano, la rinvigoriscono, la trasportano in nuovi linguaggi, la ispirano, le offrono un respiro, la rigenerano.
André Green era di questi ultimi ma anche dei primi. Egli ha offerto alla psicoanalisi la sua propria levatura, la sua sorprendente memoria, la sua insaziabile curiosità, la sua ampiezza di vedute, la sua volontà spesso sconcertante di sostenere i legami, gli accostamenti, la vitalità della sua riflessione in cammino, in divenire; il suo talento di oratore, la sua severità mista a flessibilità, il suo discernimento, il suo giudizio e la sua passione; la sua lotta e la sua prudenza; la sua capacità di aprire le strade del futuro senza isolarsi dalla saggezza del passato.
È così che è diventato uno dei principali pensatori della psicoanalisi contemporanea.
I campi che ha affrontato e studiato sono immensi, i suoi lavori sono rispettati in tutti gli ambienti culturali. Psichiatra di formazione, fece sua la grande tradizione umanistica del Rinascimento, nonché la ricerca di intelligibilità dell'Illuminismo. Ritrovò queste qualità nel pensiero clinico di Freud e nella psicoanalisi, questa scienza dell'inconscio al servizio dell'umano e di ciò che lo distorce. Fu così in diretto dialogo con Henri Ey, poi Lacan, Winnicott e Bion, ma anche con tutti gli psicoanalisti influenti del mondo intero.
I suoi lavori sono diventati riferimenti essenziali; in particolare i progressi da lui promossi circa la comprensione degli «stati limite».
La sua opera gigantesca è tradotta in più di dieci lingue, comprende più di trenta opere e numerosissimi articoli, conferenze e interviste. Senza contare i due libri che ha preparato, e che ci offre