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Il presente scritto riprende temi da me precedentemente trattati (de Simone, 1988, 1994, 2002). Essi mi sembrano particolarmente degni della nostra riflessione in quanto regolarmente emergono quando ci troviamo a discutere di conclusione dell'analisi, fasi del processo e «soprattutto» se ci inoltriamo nel difficile discorso delle interruzioni e delle cosiddette ri-analisi. Una questione molto delicata è il comportamento da tenere con il nostro ex paziente in caso di reincontro, perché una nostra disattenzione o trascuratezza anche inconsapevole o rigidità può volgere al peggio il destino di un processo analitico.
Dalle mie precedenti argomentazioni sulla fine dell'analisi (1994) riprendo solo il fondamentale concetto di separazione quale elemento della psicoanalisi (così la definisce Di Chiara), quella che «consente di sostituire alla gratificazione sensuale il pensiero o meglio la capacità di pensare i pensieri e anche di sognare i sogni» (Di Chiara, 1978, 259-265).
Ma proprio perché penso che l'elaborazione e l'acquisizione della separazione e della separatezza vadano perseguite durante tutta l'analisi e non certo solo alla sua conclusione, penso anche che non vada enfatizzato il sentimento del lutto e della perdita.
Il processo analitico, a mio avviso, ha un paradosso in comune con la vita familiare: il massimo di unione e all'interno «un progetto di separazione». Anzi, penso che il rapporto analitico sia l'unico a coniugare il massimo di intimità con