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Philip M. Bromberg è l'autore contemporaneo che maggiormente ha promosso la rinascita e lo sviluppo del dibattito sul tema della dissociazione facendone il centro della sua concezione psicopatologica, discutendone gli effetti in tante situazioni cliniche ed esplorando il bisogno di approcci tecnici nuovi ed originali. Le due raccolte dei suoi saggi (Bromberg, 1998-2001; 2006) hanno riscosso anche in Italia ampia eco.
A Bromberg dobbiamo quella che mi sembra la definizione più folgorante della dissociazione: Out of body, out of mind, out of danger (Bromberg, 2001) che potremmo tradurre: Via dal corpo, via dalla mente, via dal pericolo. Via dal pericolo indica la funzione della dissociazione, che appunto «anestetizza e isola il dolore» (Schwartz, 1994, 191); via dalla mente indica il modo con cui quella funzione viene raggiunta, ma è quel via dal corpo che ci colpisce perché caratterizza e differenzia la dissociazione da tutti gli altri processi psichici - come rimozione, rigetto e scissione - che sono anch'essi, possiamo dire, egualmente via dalla mente; solo la dissociazione però coinvolge in primo piano l'unità psicosomatica della persona.
L'espressione dissociazione psicosomatica indica questo coinvolgimento. Nel campo psicoanalitico Sacksteder (1989) per primo l'ha utilizzata per spiegare lo sviluppo del falso sé e successivamente anch'io (Ciocca, 1995; 1998) a proposito di anoressia, bulimia e panico. Molti autori oltre Bromberg (Zerbe, 1993; A. Goldberg, 1999; P. Goldberg, 1995 e 2004; Sands, 2003) hanno poi approfondito sia l'aspetto psicopatologico che quello tecnico dell'approccio terapeutico. In Italia ricordo solo i lavori del gruppo di ricerca clinica di cui ho fatto parte fortemente influenzati dal pensiero di Bion e Ferrari (Cargnelutti et al., 2002 e 2008).