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L'esperienza di avere un corpo e una mente costituisce il pilastro portante per ogni persona nel sentirsi viva. Ma il raggiungimento di questo senso vitale può essere ostacolato da diversi fattori legati a traumi precoci, esperienze di rapporto con oggetti genitoriali assenti, devitalizzati o con un funzionamento patologico. Queste esperienze possono creare fin dall'infanzia una disposizione mentale distaccata dall'esperienza corporea e, contemporaneamente, determinare un particolare uso della fantasia creando un ritiro in una nuova realtà parallela prodotta dalla fantasia stessa.
Winnicott (1971, 61-62) descrive come nella vita di alcuni pazienti esista una separazione netta tra la fantasia da una parte e la realtà e il sogno dall'altra: «Sogno e vivere reale sono dello stesso ordine, mentre il sogno ad occhi aperti è di altro ordine. Il sogno penetra nel mondo reale nel rapporto con gli oggetti, e il vivere nel mondo reale penetra nel mondo dei sogni […]. Per contro il fantasticare rimane un fenomeno isolato, che assorbe energia ma non contribuisce né al sogno né alla vita reale». Ed aggiunge: «L'inaccessibilità della fantasia è connessa con la dissociazione piuttosto che con la rimozione».
Egli inoltre precisa come la fantasia possa produrre un mondo parallelo non integrabile né trasformabile nel mondo psichico. In questo modo distingue fantasia ed immaginazione dal ritiro nella fantasia, modalità quest'ultima che può essere una premessa alla costituzione di una realtà psichica dissociata che può determinare un forte impoverimento della personalità e un rapporto alterato con la realtà.
La fuga nella fantasia può quindi rivelarsi il tramite di un'esperienza dissociativa come vedremo nel caso clinico qui presentato, in cui la paziente in conseguenza