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Al momento del primo colloquio Nicoletta è una giovane donna di venticinque anni. Sostiene di aver avuto un'infanzia tranquilla e un'adolescenza travagliata. Intorno ai quindici anni, dopo aver vissuto sensi di inadeguatezza, diversità, «difficoltà nelle relazioni sociali» e aver visto la disgregazione della propria famiglia, ha «sviluppato dei disturbi alimentari» consistenti nel mangiare di solito pochissimo pesando tutto e nel concedersi delle deroghe in cui mangiava senza remore «tanto sapeva che poi avrebbe vomitato». In quell'epoca ha avuto la sua prima storia importante, cui la madre partecipava attraverso i suoi racconti.
Nicoletta non si sente «né adolescente né adulta, vorrebbe rendersi più autonoma dalla famiglia… Però quando fa qualcosa senza parlarne prima con la madre ne teme la disapprovazione».
Durante il colloquio sono colpita dal linguaggio asettico, distanziante, da resoconto giornalistico: stare con un ragazzo è «avere una relazione personale», frequentare amici «avere rapporti sociali», essere stata brava a scuola «aver avuto un buon rendimento scolastico». Per andare oltre le formule tecniche e generiche con cui si presenta bisogna fare domande, come se lei formulasse il titolo di un capitolo in cui può addentrarsi solo se io le apro la strada. Questo atteggiamento mi fa pensare ad un temere di poter incontrare qualcosa di pericoloso e di rassicurarsi, vedendo che io intraprendo tranquilla il cammino. Il tono della voce è bene impostato, né troppo alto né troppo basso, il ritmo è scorrevole. L'uno e l'altro si mantengono costanti, senza alterazioni, qualsiasi sia l'argomento di cui si parla. È alta, curata nella persona e nel vestire, piuttosto carina ma senza alcunché di particolare. Saluta con un sorriso inespressivo e il volto appare disteso ma poco