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G. è una donna bella, intelligente e seduttiva, è venuta in analisi perché depressa, soffre di crisi di ansia panica ed ha mostrato subito una marcata dipendenza: ha cinquant'anni, si è sposata giovanissima, senza figli, con un marito più vecchio che, spaventato dalla sua emotività, la tiene a distanza e vive in un' altra abitazione. G. è in una trappola di dipendenza, cerca sempre un appoggio nel marito, nei suoi genitori, nelle amiche, ma alla fine è sempre sola, terribilmente risentita. Alcuni sintomi fobici le limitano la vita, una combinazione di agora-claustrofobia di cui non è consapevole. La solitudine svela la sua mancanza di autonomia, l'incapacità di gestire il proprio mondo interno: da sempre è in cura con psicofarmaci ed in psicoterapia. Nel tentativo di sostenersi, ad inizio analisi, ha preso un cucciolo di cane, ma dopo poche settimane è diventato un problema portarlo fuori e dedicarsi a lui. Per questo l'ha affidato ai genitori, ma quando è andata a trovarlo ha scoperto che era trattato male - «sono cattivi» - ha fatto una scenata e l'ha ripreso. Dopo qualche settimana di nuovo non ce la faceva più e l'ha riportato dai suoi; è passata un'altra settimana e la madre l'ha rimproverata per l'impegno a cui era costretta, allora G. ha ripreso con sé il cucciolo. Stiamo andando avanti così da mesi, non riesce a decidersi, non riesce a tenerlo e non lo vuole dare via, si sentirebbe troppo in colpa. In fondo G. agisce ed esternalizza il suo bisogno di accudimento attraverso il cucciolo; durante i vari passaggi non ricorda nemmeno ciò che si era proposta anche pochi giorni prima, prevale l'emotività del momento e l'azione evacuativa. In questo aneddoto c'è tutta la problematica della paziente, condensata come in un sogno: il cucciolo potrebbe essere la sua emotività che nessuno contiene e che