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Non ho assolutamente nessun dubbio che la ricerca psicoanalitica […] si sviluppa in proporzione diretta alla capacità degli analisti di assorbire e di assimilare tutto ciò che proviene loro dal cosiddetto controtransfert verso i loro pazienti. La semplice osservazione oggettiva del paziente in analisi conduce, nel migliore dei casi, a un'arida conferma di dogmi costituiti, e non sollecita nessuna nuova scoperta e nessun ampliamento della teoria o della tecnica psicoanalitica. […] Lo sviluppo della teoria e della tecnica psicoanalitica dipendono essenzialmente dalla duplice capacità dell'analista di compromettersi con la malattia del paziente e di distanziarsene a vantaggio suo personale nonché del paziente stesso.
Quanto segue vuole essere il tentativo di descrivere, partendo da esperienze cliniche con adulti, adolescenti e bambini, un funzionamento specifico del controtransfert - distinto da quanto osservato da Heimann (1950) e da quanto successivamente è stato ricondotto al meccanismo dell'identificazione proiettiva - che ci permette di indagare le esperienze del Sé del paziente. Diversi echi si sono progressivamente avvicendati e sovrapposti nel pensare questo scritto: le mie esperienze sull'effetto che i livelli più disturbati e primitivi dei pazienti adulti hanno sulla mente dell'analista; alcune mie considerazioni sull'agire nei bambini e negli adolescenti; il rapporto tra controtransfert e persona dell'analista (Bonaminio, 2003), nonché l'inaspettata domanda che si rivolge Bollas (1994) alla notizia dell'arrivo di una nuova paziente: «Voglio davvero assumere ancora una volta una nuova personalità?».