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Sebbene ricca di riferimenti al tema della bugia, la letteratura psicoanalitica difetta di trattazioni in profondità dell'argomento, che è peraltro oggetto di uno spettro di concettualizzazioni diverse che riflettono differenti configurazioni cliniche. Non è obiettivo del presente lavoro, nella consapevolezza della complessità del quadro, estrarre da esso delle invarianti o procedere alla definizione delle caratteristiche universali della bugia, né tantomeno mettere capo a una classificazione sistematica delle sue diverse forme. Ci si può limitare, a scopo introduttivo, a osservare che sulla bugia, tanto dal punto di vista evolutivo che «strutturale», come assetto relativamente stabile e permanente della personalità, può essere gettata sia una luce più ottimistica e positiva che una più inquietante e sinistra. Entrambe le prospettive sono idealmente riconducibili alle brevi considerazioni di Freud sull'argomento, di cui dunque, in un certo senso, rappresentano l'evoluzione e l'approfondimento. Analizzando le bugie di due bambine, l'una riguardante l'occultamento di una piccola somma di denaro e l'altra l'innalzamento dello status sociale della propria famiglia, Freud (1913) affermava che le menzogne infantili, verosimilmente giudicate in linea di principio innocue e innocenti, «si verificano per l'influsso di impulsi d'amore straordinariamente forti e diventano fatali se provocano un malinteso fra il bambino e la persona che egli ama» (223). Il fondatore della psicoanalisi le collegava esplicitamente al complesso di Edipo, all'angoscia, alle difese e regressioni a esso inerenti, concludendo: «Sarebbe un grave sbaglio se, sulla base di simili mancanze infantili, si facesse una prognosi relativa allo sviluppo di un carattere immorale» (227). Sebbene ancora molto lontano dall'attribuire alla bugia un qualsivoglia significato positivo, Freud sembra, dunque,