You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Per Lou Salomè, opera teatrale di Sinopoli scelta per inaugurare la stagione 2012, il Teatro La Fenice, sovvertendo i confini del tempo e dello spazio, si è trasformato in «teatro psichico», ossia nel luogo, pubblico eppure intimo, della narrazione della vita di Lou e della mise en scene del suo mondo interno, dell'appassionata ricerca della conoscenza di sé.
L'intenso impatto emozionale è già nella scenografia, curata dalla Facoltà di Design e Arti Visive e supervisionata da Ronconi, dove palcoscenico, su cui sono coro e orchestra, e platea appaiono senza soluzioni di continuità, con le file delle poltrone riposizionate lungo i lati, a porre così lo spettatore nella contiguità della rappresentazione: un palcoscenico «negato», che ancor più invita a considerare quello di Lou un «teatro mentale». Raccolti in un angolo più elevato del proscenio, quasi a elevare la specificità del luogo-setting analitico, lettino, poltrona e scrittoio di Lou, testimoni della sua gratitudine verso la psicoanalisi e il suo Maestro, ricambiata dallo stesso Freud e filo rosso dello spettacolo. Sorprendente realtà, al centro dello spazio dilatato della platea, «sfondando» dal basso il pavimento e in alto il soffitto affrescato, una gigantesca betulla evocatrice di terra e cielo dell'infanzia e giovinezza russa di Salomè: albero della vita, albero della conoscenza. Poco discosta, sovrastata da una croce, una grande pietra sepolcrale, greve simbolo dell'intreccio di vita e morte, da cui un lungo selciato di libri, «una biblioteca infinita alla Borges», segnano quella via-vita di appassionata e straziante ricerca d'amore e verità percorsa da Lou.
Questa Salomè affascina anche Sinopoli e gli ispira una musica struggente e malinconica, potente e delicata, che la rappresenta dal profondo. Nei due atti, in rassegnata attesa della morte, Lou torna nei ricordi a incontrare Nietzsche, Rée, Rilke, e Andreas, l'orientalista che dive