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Livio arriva al nostro primo incontro lasciandomi, da subito, una sensazione di sorpresa e d'incertezza. Si siede e resta lungamente in silenzio, sorridendomi, ma di un sorriso inespressivo, indifferente, immobile. Gli chiedo se mi può dire qualcosa sui motivi per cui mi ha chiesto di vederlo e accenna, con fatica, a delle «voci» che sente, a statue scure nel corridoio della sua casa che cercano di afferrarlo, a notti agitate da rumori infernali e poi al fatto che a casa sua si urla sempre. Poi tace e resta ad osservarmi sorridendo tutto il tempo. Resto così, a guardarlo, perplesso all'ascolto di questi scarni frammenti, da questo incontro che non mi pare promettere granché e le cui prime battute mi appaiono indicare una lotta feroce fra l'affidarsi e vissuti di impossessamento, sentimenti angosciosi di alienazione e di paralisi. Aggiunge che prende eroina, poi, sempre sorridendomi continua a fissarmi. Sto lì a pensare, ad ascoltare le brevi cose che mi dice, ma soprattutto mi rendo conto che è un paziente che non voglio prendere, consapevole, almeno ad un primo livello di riflessione, degli enormi sforzi che il lavoro con lui mi richiederebbe. Continuo a pensare, fra me e me, all'eventuale comunicazione della mia indisponibilità, e tuttavia resto in attesa. L'intensità di questa lotta fra prendere/respingere è tale da distaccarmi dalla situazione e suscitare in tal modo il mio interesse, in un movimento autoerotico di narcisizzazione che mi permette di riprendere a pensare. Mi domando che cosa si presenta sulla scena storico-relazionale che stiamo vivendo: posso certo pensare a dei violenti movimenti espulsivi dell'incontro che vivo come per procura, a fenomeni di identificazione proiettiva, ad angosce del contatto di cui mi faccio partecipe, per ragioni personali come relazionali, lasciando sullo sfondo, nel senso che faranno apparizione