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«Dottore lei è in forma». Queste sono le parole dettemi da un mio paziente, che chiamerò Alessandro, nel corso di una buona seduta, per capire le quali devo compiere un passo indietro. Qualche giorno prima, un sabato, in occasione di «Una giornata per Pierandrea Lussana», avevo presentato un mio lavoro (Lussana, 2012), che mi aveva gratificato per una buona capacità, faticosamente acquisita e riconosciuta dai colleghi, di esprimermi come figlio e analista in condizione di elaborare la dolorosa esperienza del lutto paterno. Il lunedì successivo sono tornato alle attività lavorative, nella stanza d'analisi, dai miei pazienti. A tale specifico riguardo racconto due sedute consecutive con Alessandro, per ricordare queste giornate particolari, che mi hanno riservato molte sorprese.
Nella prima seduta il paziente giunge all'incontro portandomi due sogni: «Venerdì ho sognato che mio zio era sofferente, non aveva voglia di vivere, voleva morire. Domenica ho sognato che io stavo sotto l'acqua con la muta e con le bombole e respiravo a stento. C'era un'altra persona. In un primo momento ho avuto paura che fosse in divisa militare e che mi dovesse uccidere. In seguito mi rendo conto che invece è un subacqueo, un essere umano inoffensivo e tranquillo, che mi passa accanto e sta girando la scena con la telecamera. Io sono come il personaggio del film Lost».
Alessandro associa di percepirsi come lo zio, realmente defunto, che lo aveva indirizzato all'analisi, e in più di sentirsi nei panni di un individuo sommerso dall'ansia, che annaspa e fa fatica a tirare avanti per trovare clienti nel proprio lavoro