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L'esilio è una di quelle situazioni umane che si intendono diversamente se solo le si prova psicologicamente o se le si sperimenta concretamente anche nella realtà materiale della vita quotidiana. È, se si vuole, come per il parricidio: sperimentare psichicamente il desiderio e la possibilità stessa di uccidere il proprio padre è sempre un'esperienza terribile. Ma averlo ucciso davvero è un'altra cosa, anche dal punto di vista psichico. Oppure come la fame: sperimentare la mancanza di cibo e sentire i morsi della fame è una cosa, avere avuto la stessa esperienza assieme alla certezza di non poter in alcun modo soddisfare il bisogno è un'altra. Esistono fortunatamente molte altre situazioni - anzi, la grandissima maggioranza - che si possono anche comprendere e sperimentare attraverso un altro, identificandosi con lui o rielaborando esperienze psichiche proprie alla luce della comprensione dell'altro. Questa dell'esilio no, pensavo. C'è una differenza di qualità.
Non avevo ancora letto il libro di Marina Breccia, che ha rimesso in discussione questa mia opinione.
Beninteso: l'esilio, con la impossibilità di tornare, con l'esperienza di abbandono forzato, con l'esperienza di spaesamento che comporta anche nel paese più ospitale, con il ritorno costante nel ricordo o nel sogno del luogo divenuto infrequentabile