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Dal giorno che abbiamo gustato l'albero della conoscenza [dice Kleist per bocca del suo ballerino-filosofo] il paradiso è serrato e il cherubino ci sta alle spalle. […] In quella struttura umana che ha nessuna o infinita coscienza, cioè nella marionetta o in Dio [risiede] la grazia, la spontaneità innocente del movimento. […] [Ma questa la si può ritrovare solo] dopo che la conoscenza, per così dire, ha attraversato l'infinito.
Introduco questo mio commento all'ultimo libro di Fausto Petrella con le parole di Heinrich von Kleist, utilizzate dall'Autore stesso, che penso ben esprimano un tema essenziale della vicenda analitica che è la fluidità di una relazione dinamica, autentica e spontanea attraverso cui la conoscenza può svelarsi. La lettura di quest'opera mi ha evocato differenti suggestioni e in questo contributo desidero proporre alcune riflessioni rispetto all'intima corrispondenza tra scena teatrale e funzione conoscitivo-terapeutica del processo analitico. Mi capita spesso di osservare come nella quotidiana pratica clinica ora dopo ora siamo