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Abbiamo scelto di recensire, dopo molte esitazioni, questo numero passato della Revista Uruguaya de Psicoanálisis (RUP), dedicato a «Simbolizzazione ed esperienza analitica», sacrificandone altri che ci sono pervenuti dai nostri colleghi uruguayiani, nonostante il grande interesse per i temi che ci proponevano, come ad esempio un numero dedicato a Il legame erotico (, n. 112). Il motivo è stato il seguente: la differenza che in psicoanalisi passa tra l'uso che la nostra disciplina fa della questione della simbolizzazione, rispetto agli altri saperi, segna la differenza tra questi e la psicoanalisi. Non è cosa da poco. Lo sforzo che gli autori presenti con il loro pensiero in questo numero fanno per demarcarla, va conosciuto e riconosciuto. Onestamente non possiamo non sentirci in debito verso chi ci offre questa differenza, rilanciando la scoperta da cui prese origine: il postulato dell'inconscio che connotò la psicoanalisi, già al suo sorgere, come una meta-psicologia. Ci siamo sentiti inoltre riconvocati dalla loro passione alla nostra, quella che ci spinse sulle tracce del pensiero psicoanalitico a intraprendere una professione impossibile in un clima di stupore rispetto a quanto, per noi, all'epoca, meritava a tutto titolo l'aggettivo di in-audito.
Brevemente, prima di procedere nella lettura della RUP, ricordiamo qui che simbolo è un termine (dal greco symballo, «metto insieme») designante in origine le due metà di un oggetto che, spezzato, può essere ricomposto avvicinandole: in tal modo ogni metà diviene un segno di riconoscimento. Da questa primitiva funzione pratica il termine ha poi derivato una funzione rappresentativa (uno «stare in luogo di»), assumendo un carattere strettamente semantico, a cui i vari saperi hanno dato ciascuno il proprio senso.
Secondo l'analisi filosofica del problema del simbolo che ci è stata offerta da E. Cassirer (1923), ad esempio, mediante il concetto di «funzione simbolica» lo spirito umano si caratterizzerebbe