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È un dato di fatto che negli ultimi cinquant'anni Winnicott abbia mantenuto una posizione di grande rilievo nel panorama psicoanalitico, ma ciò è avvenuto non di rado al prezzo di stravolgimenti o semplificazioni, o perfino di appropriazioni indebite dei suoi lavori anche da parte di esponenti di scuole addirittura agli antipodi rispetto alla sua posizione.
Vorrei brevemente ricordare che il pensiero di Winnicott nasce in Gran Bretagna nel cosiddetto gruppo degli Indipendenti e si inserisce in quel filone di studi che può essere caratterizzato da due precisi aspetti: innanzitutto la rivalutazione della funzione della madre reale rispetto al monopolio esclusivo della fantasia inconscia e, collegato a questa, il processo che porta all'acquisizione del senso della continuità di sé durante la prima fase della vita.
Si tratta di una ricerca che ha origine agli inizi degli anni '40 dello scorso secolo, quando, durante una riunione della Società Psicoanalitica Britannica, si verificò quell'episodio, noto a tutti, di Winnicott che balzò dalla sedia, fulminato da un'intuizione, ed esclamò: «Ma un neonato è qualcosa che non esiste!». Una decina d'anni dopo egli stesso così spiegò quell'intuizione: «direi che la situazione che precede la relazione oggettuale è la seguente: l'unità non è l'individuo, bensì una struttura costituita dall'ambiente e dall'individuo. Il centro di gravità dell'essere non parte dall'individuo ma si trova in questa globalità formata dalla coppia. Una buona tecnica di assistenza, che comprenda un mantenimento e degli interventi efficaci, si sostituirà gradualmente all'involucro, ed il nucleo […] può incominciare a diventare un individuo» (Winnicott, 1952, 122).
Da allora molti sono gli autori in debito con questo manifesto teorico, anche provenienti da aree molto eterogenee, e, tuttavia, proprio la grande diffusione di