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In una lettera datata febbraio 1931, Freud ricorda a Stefan Zweig che l'associazione libera va considerata come l'innovazione più significativa della psicoanalisi e ch'essa è la chiave metodologica dei suoi risultati. L'«associazione libera» resta per noi un riferimento centrale, ma l'evoluzione delle concezioni della cura ha reso considerevolmente più complesse le poste in gioco in essa e difficile la valutazione del suo ruolo nel processo analitico.
Mi è parso interessante mettere in gioco una distinzione, rimasta latente in Freud, tra il «procedimento» e la regola fondamentale. In un certo senso, la regola fondamentale non fa altro che inscrivere il «procedimento di indagine» iniziale nella logica processuale implicata dalla situazione nella sua cornice. Ma questa continuità disconoscerebbe un'ambiguità preziosa dell'associazione libera che può essere illustrata dal contrasto tra due occorrenze metodologiche. Può accadere che l'analista inviti o inciti il suo paziente ad «associare», facendo così appello al suo Io affinché applichi la tecnica del procedimento; al contrario, valutando il discorso di un paziente, un analista può ritenerlo «associativo», il che non implica necessariamente che il paziente voglia o sappia di «stare associando». In queste due occorrenze, le posizioni soggettive del paziente sono quasi opposte: nella prima, il suo modo di procedere è postulato come deliberato, pienamente cosciente; nella seconda, è del suo discorso che si tratta, discorso il cui carattere associativo potrebbe essere involontario, inconscio, al punto che ci si potrebbe domandare se non sia l'ascolto ad essere associativo. Questa ambiguità dell'associazione