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Il mio intento è tornare ancora una volta a leggere il conflitto tra Antigone e Creonte per trovarvi occasioni di riflessione sul senso delle regole. Ritengo infatti che quelle dinamiche della soggettività contemporanea che si descrivono a livello non solo sociologico ma anche psicoanalitico con le parole della destrutturazione (liquidità, ambiguità, malafede, confusione tra cose e persone, desimbolizzazione) abbiano un legame importante con il venir meno del senso delle regole. La soggettività contemporanea si costituisce su una struttura indebolita dalla perdita del senso delle regole. Che cosa intendo parlando di senso delle regole e di comprensione del senso delle regole?
La comprensione del senso delle regole non significa comprensione del loro contenuto e del loro funzionamento, ma comprensione del senso originario delle regole, comprensione della regola originaria. È questo il punto che io ritengo si possa pensare ancora una volta con i tragici greci, e in particolare con Antigone. Perché? Perché, come scrivono Vernant e Vidal-Naquet (1972), «la vera materia della tragedia» non è l'origine di un diritto assoluto e del suo sistema coerente, ma il formarsi del «pensiero sociale proprio della città, specialmente il pensiero giuridico» nel travaglio della sua elaborazione e nella sua genesi conflittuale, in cui forme di Dike si contrappongono e lottano non attraverso argomentazioni astratte, ma attraversando la persona stessa di un essere umano. Scrivono ancora i due studiosi: «Beninteso, la tragedia è tutt'altra cosa da un dibattito giuridico. Essa prende a oggetto l'uomo che vive di persona questo dibattito, costretto a fare