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Una caratteristica che contraddistingue la psicoanalisi attuale rispetto a tempi anche recenti consiste non proprio in una liquidità dei concetti e dei riferimenti di base, ma certo in una fluidità che sembra poter mettere tutto in discussione. Non mi riferisco tanto alle posizioni teoriche ufficiali (istituzionali), quanto alle pratiche private, le quali però cominciano con crescente insistenza e spregiudicatezza a trovare spazio anche nell'ambito della ricerca teorica e tecnica.
Consideriamo come esempio (potrebbero essercene altri, ma forse è quello che in questo contesto ci interessa più da vicino) il setting.
È vero che sono un analista che si occupa soprattutto di adolescenti, ma mi pare che i pazienti odierni abbiano un po' tutti caratteristiche adolescenziali (i cosiddetti disturbi narcisistici o di personalità che hanno a quanto sembra sostituito le nevrosi classiche).
Un tempo non lontano il setting veniva considerato, almeno ufficialmente, alla stregua di un Canone dogmatico con regole fisse che scendevano nei dettagli più estremi e la funzione dell'analista veniva spesso descritta quasi fosse una funzione sacerdotale di difesa e protezione del setting medesimo (protezione e difesa naturalmente condivisa col paziente). Il setting era la realizzazione clinica della dottrina psicoanalitica e solo all'interno di tale struttura rigidamente definita era possibile un trattamento che ambisse alla qualifica di «psicoanalitico»; questo indipendentemente dal suo risultato pratico. Extra Ecclesiam nulla salus!