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Sono stata colpita dal vivo interesse di tanti colleghi per un tema che pareva condiviso da pochi. Osteggiato da fuori, piuttosto ignorato dagli psicoanalisti, l'approccio psicoanalitico all'autismo appare ora come un possibile terreno di scambio su temi fondamentali per la psicoanalisi.
La maggior parte degli interventi in mailing list sosteneva che, come analisti, possiamo occuparci della sofferenza mentale quale ne sia l'origine: disabilità su base genetica-neurologica, o conseguenza di autoprotezioni che distorcono il corso normale dello sviluppo, isolando l'individuo dalla comunità umana e diventando lesive delle sue potenzialità. Da più parti è stata sottolineata l'unicità della persona paziente e ricordarne l'«umanità» è quanto mai opportuno. Qualcuno ha ricordato come la psicoanalisi infantile tutta, non solo quella rivolta agli stati autistici, abbia implicato delle necessarie variazioni di tecnica. Da qualcuno è stata ribadita una distinzione, peraltro estendibile ad ogni processo analitico, tra cura e guarigione.
Tuttavia, nonostante i tanti punti di accordo, mi è parso che tra gli interventi (quelli in mailing list e quelli scritti da psicoanalisti sui quotidiani) non ci fosse concordanza nel modo di concepire il ruolo della psicoanalisi in questo ambito.
Il confronto allora, può aiutarci a evitare di nuocere, con affermazioni non aderenti alla clinica, al lavoro costruito con fatica da alcuni di noi e a evitare che si creino strappi nella delicata tessitura dell'alleanza con i genitori. La reputazione degli analisti che si cimentano nella cura dell'autismo può infatti essere danneggiata dalla genericità di alcune affermazioni, che rischiano di porci sullo stesso piano dei tanti approcci che mettono il fare davanti al comprendere (è molto diffusa in quest' ambito una pseudo-scientificità). Invece, l'ascolto di ciò che ci ha