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«L'uomo non sa a che rango collocarsi. È visibilmente smarrito, caduto dal suo vero luogo senza poter ritrovarlo. Lo cerca ovunque, con inquietudine e invano, nelle tenebre impenetrabili. Che cosa ci grida dunque questa nostra avidità e impotenza, se non che altra volta l'uomo ha goduto un vero bene, di cui ora gli resta solo il segno e il vuoto che ha lasciato? Invano egli cerca di colmare questo vuoto con tutto ciò che lo circonda, domandando a ciò che ancora gli manca la soddisfazione che non gli danno le cose presenti: nessun oggetto ne è capace perché quell'abisso infinito non può essere colmato se non da un oggetto infinito e immutabile, cioè da Dio stesso» (Pascal, cit. da Grunberger, 1971).
Pietro, un bel ragazzo robusto, alto circa un metro e novanta, moro, dall'aria sorridente ed interrogativa, leggermente furtiva, entra tenendosi stretta una mano sul petto, mentre si sfila il «giubbo». Ha compiuto da poco sedici anni. Si sdraia sul lettino, estrae un vecchio numero di Linus da sotto la felpa, dicendo: «Posso, vero? L'hai detto anche tu alla mamma che è utile che leggiamo questo, anche per le mie difficoltà in italiano. Preferisci Zits o Monty? Scegli tu».
La voce è piuttosto stridula, di tanto in tanto sembra mangiarsi qualche consonante, ma capisco bene quel che dice.
Per questa volta esprimo una preferenza, di iniziare da Zits, e dalle sue «avventure» di ragazzino foruncoloso, sdraiato su un divano troppo piccolo per