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PROLOGO. Quando penso al primo incontro con Marguerite, ne rivedo il capo chino, i bei lineamenti: una figurina esile che non concede nulla all'estetica. Un misto di malinconia e di intransigenza. Dalla sua gentilezza composta traluce un male dell'anima disadorno, severo, come un dolore trattenuto.
«Non posso andare avanti», mormora. Iniziammo un'analisi a quattro sedute settimanali; Marguerite aveva allora trentacinque anni. La cura, che si è conclusa da qualche tempo, è durata dodici anni.
Di origine francese, Marguerite viveva da tempo a M., dove rivestiva un incarico importante che tuttavia non aveva alcuna attinenza coi suoi studi e le sue inclinazioni artistiche. Pur provenendo da una famiglia agiata,1 Marguerite viveva in un appartamento piccolo, fatiscente, privo di acqua calda, dove nessuno veniva mai invitato. Completamente sola e, fuori dal lavoro, priva di frequentazioni.
Marguerite è la minore di sei figli. Entrambi i genitori sono morti, a qualche anno di distanza, da diverso tempo. Il padre era uno stimato professionista, immerso nel proprio lavoro, spesso in viaggio all'estero. La madre era «una donna bellissima», di origini umili, discendente da una santa. In casa si respirava un'aria austera, cupa, ma Marguerite sentiva che le era «riservato un destino speciale», «sempre» accanto alla madre.
Di queste notizie sono messa al corrente poco per volta, nell'arco di diversi mesi. Con determinazione, infatti, Marguerite afferma di non voler parlare della propria storia.