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Periodo di elezioni solcato da un'ineluttabile intrinseca spinta verso il futuro, oscillando tra la consueta tradizione e avventurose orbite alternative. E in tempi di crisi l'eco accattivante di un cambiamento alimenta la ricerca di novità, la curiosità e il desiderio verso esplorazioni e sperimentazioni salvifiche, spesso accompagnate dalla svalutazione del passato e dalla sua parziale destituzione, seguendo il bisogno umano di essere al passo coi tempi. E le parate elettorali di candidati in combutta nei talk show, che oggi sembrano virare verso i più seguiti talent show politici, ricordano le passerelle delle mannequins (tralasciando la differente qualità estetica), apparizioni dove la consuetudine indossa il fascino del nuovo. Moda e modelli politici, sono anche sfilate per acquirenti, transitorietà precarie che si ripetono, il cui fine è sostanzialmente pratico, aperto al guadagno di consenso. Moda ed elezioni, non solo politiche, possono divenire entrambe un indice del processo di cambiamento e differenziazione, riflesso della stratificazione sociale, espressione dello spirito del tempo, possono incarnare libertà così come dipendenza, distruzione e costruzione, emancipazione individuale ma anche bassa imitazione.
La moda non è un fenomeno recente, mentre relativamente attuale è la sua organizzazione industriale. Antenate di queste suadenti «sirene» le ritroviamo già nelle policrome statuette di terracotta che gli antichi romani spedivano nelle colonie lontane per mostrare le nuove creazioni. Il capitalismo mercantile del tardo Medioevo alimenta la moda, nel XIV secolo l'abito distinse i sessi. Più tardi, nel Settecento, vennero le «pupe», bambole manichino mandate in giro per l'Europa con indosso vestiti sontuosi, opera di famosi sarti parigini.
Questo stretto rapporto tra i meccanismi insiti nella moda e in politica in realtà può ulteriormente rafforzarsi.
Finita, entro c