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In ricordo di Anna Maria Accerboni, cara amica e maestra
«Noi vogliamo bene a Trieste per l'anima in tormento che ci ha data. Essa ci strappa dai nostri piccoli dolori, e ci fa suoi, e ci fa fratelli di tutte le patrie combattute».
Nel 1985 Anna Maria Accerboni ed io ci avventurammo negli scantinati dell'ex-Ospedale Psichiatrico di Trieste, dove si trovava accatastato il materiale cartaceo sanitario e amministrativo degli Archivi manicomiali. Eravamo alla ricerca delle cartelle cliniche redatte da Edoardo Weiss, durante la sua attività nel frenocomio, risalente al primo ventennio del Novecento. Con tanta pazienza passammo al setaccio migliaia di diari clinici, selezionando quelli di Weiss mediante il riconoscimento della sua inconfondibile scrittura. Individuammo, così, più di trecento cartelle psichiatriche, che registravano le fasi di degenza di altrettanti pazienti maschi adulti, di diverse etnie, lingue e religioni, di svariate estrazioni sociali e affetti dalle più disparate patologie psichiche e neurologiche (Accerboni e Corsa, 1987).1