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L'ennesima strage di bambini avvenuta nella scuola elementare di Newton nel civilissimo stato del Connecticut (USA) ci sfida a ripensare il male, a riflettere sulla sua oscura fenomenologia. Il tentativo di dare senso e comprendere la crudeltà umana deve tener conto della sua complessità e conoscibilità relativa. Nell'analizzare gli aspetti costitutivi del male appare perciò molto utile cercare di integrare i contributi di differenti discipline e metodologie.
È quello che cercherò di fare in questo scritto a partire dal libro intitolato «La scienza del male» in cui Simon Baron-Cohen s'interroga, da neuroscienziato e psicopatologo, sulle radici della crudeltà umana. L'Autore si concentra principalmente sul concetto di empatia e ci guida verso un punto di vista molto interessante. La crudeltà è considerata come un deficit di empatia e il libro è un viaggio appassionante attraverso le neuroscienze e la psicopatologia dello sviluppo.
Baron-Cohen descrive rigorosi esperimenti sul cervello senza mai indugiare in confusioni epistemologiche tra i diversi approcci scientifici, seguendo una metodologia irreprensibile corredata da esempi chiari e convincenti. È una disamina delle più recenti e importanti ricerche sul circuito cerebrale dell'empatia e sulla funzione (in tale ambito) dei neuroni-specchio (Rizzolatti e Sinigaglia, 2006).
L'Autore individua un punteggio zero negativo dell'empatia che rende alcuni soggetti, affetti da disturbi di personalità, incapaci di capire la propria mente in termini d'emozioni e sentimenti e di sintonizzarsi con quella dell'altro. L'altro da sé è quindi trattato freddamente e cinicamente come un oggetto concreto e può subire efferate violenze per banali motivi.
Baron-Cohen pone l'attenzione anche su un'altra categoria di persone con punteggio zero positivo, soggetti affetti da sindrome di Asperger o da disturbi dello spettro autistico che non riescono ad avere interazioni sociali. Essi usano gli altri come oggetti concreti ma non commettono azio