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La concezione del setting formulata da Fausta Ferraro e Celestino Genovese (1986, 96), nella «Nota storico-critica» sulla Rivista di Psicoanalisi, ne evidenzia gli aspetti istituzionali, con la premessa che si tratta di:
[…] un concetto sfuggente, paradossalmente poco delimitabile, eppure necessario. È sorprendente la difficoltà che si incontra a reperire questa voce nei vari indici analitici, e non la si ritrova affatto in alcun dizionari di psicoanalisi (; Rycroft, 1968). Spesso, in particolare tra gli autori anglosassoni, si preferisce usare espressioni quali «procedure pratiche» ed elencarle una per una, oppure «situazione psicoanalitica», che però non può essere considerata un sinonimo giacché il setting è parte di essa ma non la esaurisce (Bleger, 1967; Turillazzi Manfredi, 1979). Si spazia, cioè, tra un'accezione riduttiva, di meri accorgimenti tecnici per quanto imprescindibili, ed una tanto estensiva da disperderne la peculiarità. Conviene quindi assumere, come punto di partenza, una definizione molto generale, più vicina forse all'encuadre degli argentini o al cadre analytique dei francesi, che stanno ad indicare l'insieme delle condizioni formali e contrattuali che fanno da cornice al lavoro analitico, rendendolo possibile in un ambito spazio-temporale definito.
Da allora la riflessione sul setting si è ampliata e approfondita, privilegiandone sostanzialmente due aspetti:
- il setting come insieme di regole e invarianti, condizione essenziale per sviluppare il processo psicoanalitico che può essere modificato a seconda della situazione e del paziente, ma che resta un insieme di regole e procedure;