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In più occasioni abbiamo recentemente dibattuto se e cosa il lavoro con gli adolescenti abbia insegnato alla psicoanalisi. Da affermazioni su una presunta in-analizzabilità dell'adolescente, siamo giunti a riconoscere che molti dei cambiamenti della tecnica che caratterizzano la psicoanalisi attuale sono stati stimolati dall'incontro con i pazienti gravi, con i bambini e con gli adolescenti. Certamente uno di questi cambiamenti riguarda l'interpretazione.
Già Anna Freud (1957) mise in evidenza la difficoltà nell'uso dell'interpretazione con gli adolescenti, riconducendola alla specificità del loro funzionamento mentale, ovvero all'urgenza dei loro bisogni, all'intolleranza alla frustrazione e alla loro tendenza a trattare qualunque rapporto come un veicolo di appagamento di desiderio e non come fonte di introspezione.
Queste affermazioni sono ancora oggi vere. Le modificazioni necessarie per l'analisi in questa età sono correlate con la specificità del funzionamento mentale dell'adolescente e, alle caratteristiche elencate da Anna Freud, io aggiungerei la difficoltà dell'adolescente a passare dall'azione al sogno.
Due fondamentali convinzioni, acquisite solo di recente, riguardano la necessità di adattare la nostra tecnica ai bisogni del paziente e la consapevolezza che, quand'anche l'adolescente giunga a maturare una trasformazione sufficiente a permettergli di intraprendere un'analisi più classica, il raggiungimento di questo obiettivo coincide sovente con la fine del nostro lavoro clinico.
Il primo scoglio che incontriamo potrebbe essere quello di definire cosa si intenda con il termine «interpretazione».