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La funzione del setting nel processo mentale dell'analista è alla base delle riflessioni che ci hanno portato a scrivere questo lavoro a quattro mani. Entrambi utilizziamo la psicoanalisi per lavorare con gli adulti, gli adolescenti e i bambini e questo vuol dire, come molti di noi sanno, che abbiamo nei confronti del setting un rapporto di continua ri-modulazione. Per chi si divide fra la stanza d'analisi per i bambini e quella per adulti il setting è un «compagno» con cui fare i conti quotidianamente, non un oggetto-buono sempre integrato e in «posizione D», ma un oggetto multiforme e paradossale che richiede una continua analisi. Nella stanza l'analista prende parte alla scena analitica innanzitutto come persona con il suo proprio teatro di oggetti interni (fra questi: la sua storia, i suoi oggetti primari, le sue relazioni passate e presenti, il suo analista o i suoi analisti, i supervisori e la ricca costellazione del suo modello psicoanalitico). Ogni suo pensiero, gesto, intervento, è portatore di questa ricchezza e complessità. Allo stesso modo il paziente, attraverso la rappresentazione della sua drammatica storia, porta i suoi oggetti, soccorrevoli o persecutori, nell'affollato territorio del campo analitico.
Ma c'è un altro «soggetto» dell'analisi: il setting, quell'insieme di aspetti, concreti (la stanza d'analisi), temporali (la scadenza delle sedute e la loro durata), emotivi (la qualità della mente dell'analista) che vanno a costituire quella che è comunemente chiamata la situazione o cornice analitica. Un «compagno», il setting, sempre presente che in certi momenti si accoppia, si integra e si accorda - come