You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
Non mi era mai successo prima e doveva succedere proprio con la paziente aracnofobica: improvvisamente da una trave del soffitto ecco scendere appeso al suo filo un minuscolo ragnetto, giusto sotto il naso (e sotto gli occhi!) della paziente distesa sul lettino. Clara segnala con voce soffocata dall'emozione: «C'è un ragno!».
Credo che in qualunque altra situazione avrei tranquillamente allontanato con la mano il piccolo animale, oppure avrei consapevolmente deciso di non muovermi, ma stavolta resto sconcertata, immobilizzata sulla mia poltrona nel dubbio se sia o no opportuno intervenire rompendo il setting. Pochi secondi di sospensione che avverto come lunghissimi, e che mi fanno registrare una personale penosa situazione di impasse e la paziente, inaspettatamente, con un rapido colpo della mano si libera del ragnetto.
Esclama compiaciuta: «È la prima volta che tocco un ragno con le mani!… Per fortuna era piccolo… L'ho pensato tante volte anche a casa che una volta o l'altra sarebbe sceso un ragno dal soffitto mentre ero rilassata o dormivo…».
Il mio pensiero va all'immagine del ragno come figura genitoriale combinata - sulla scia, forse, delle suggestioni di Gaddini (1975) riguardo alla «formazione del padre» - e ad una eventuale scena primaria che abbia disturbato il suo sonno. Mi torna in mente che, nella seduta precedente, Clara, una studentessa venticinquenne al suo terzo anno di analisi, aveva riferito che la madre, progettando di venirla a trovare nella città universitaria dove si è trasferita, aveva proposto di essere ospitata col marito nel letto matrimoniale della figlia, suscitando in questa una reazione di disgusto e di schifo; nello stesso tempo mi risuonano all'orecchio