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Nell'immaginare la presentazione di questo volume ho pensato ad un titolo come «Lavoro in doppio e passione del Padre»: titolo che coniuga il rimarcare alcune peculiarità di impostazione con l'anticipare uno snodo tematico centrale, che viene affrontato non solo focalizzando l'amore per il padre, ma anche la sua posizione come soggetto di un patire.
Esplicitando allora in apertura possibili declinazioni della figura del doppio, preciso, innanzitutto, che ci troviamo di fronte ad un passo a due, testo in coppia che elegge Freud a inseparabile compagno di viaggio e si muove, in perfetto stile freudiano, su un doppio binario. Esso è infatti saldamente ancorato all'esperienza clinica e al tempo stesso non riducibile ad essa, per quel respiro più ampio connesso all'intreccio tra il destino del soggetto e quello della civilizzazione, esplorato anche attraverso apporti artistici e di filosofia politica. Aggiungo, inoltre, che mi piace evocare un lavoro in doppio tra gli autori e me, in quanto lettrice, convocata a reperire intersezioni con percorsi di pensiero personali. Ultima suggestione, sulla scia di un improvviso ricordo emerso associativamente: il primo incontro con il pensiero di Eugenio Gaburri risale a molti anni fa a proposito di un suo articolo in un libro collettaneo del 1986, Il doppio, curato da Funari. Ricordavo vagamente che era un commento a Il compagno segreto di Conrad. Nel rileggerlo ho scoperto, con stupore, che vi è già in nuce una delle questioni, ampiamente sviscerate in questo libro: l'impersonale come fondo-sfondo imprescindibile dell'emergenza di un soggetto incessantemente impegnato nello sforzo di fare proprio ciò che è improprio e padroneggiare ciò che lo trascende.
Fatta questa premessa mi dispongo ad articolare, nella più ampia e variegata tessitura del testo, la tesi centrale così enunciata dagli autori: «Abbiamo assunto, in sintonia con il discorso freudiano, l'amore appassionato per il padre come spazio di elaborazione delle risorse per sub