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Dell'autrice di Una psicoanalista a Teheran ho il ricordo di una donna bella, minuta, molto delicata ma inaspettatamente forte; come lo è la vela: aerea, chiara, apparentemente un inno alla leggerezza ma robusta, persino violenta, nella rumorosa pesante resistenza che oppone all'urto del vento. Così lei: lapidaria in alcune affermazioni, delicata come un mughetto che inonda di profumo la stanza in cui entra. Una donna complessa che riflette, mediante la metafora del mughetto - che «ha fatto di sé un oggetto passivo […] e ha in sé tesori nascosti che devi cercare» -, sulla femminilità e sulla scelta della donna tra essere o fare di sé un oggetto passivo (82). Il collegamento è da un lato ai concetti di consapevolezza e libertà (allo chador?) e, dall'altro, alla seduzione che la brava isterica non può non esercitare sull'Altro (83).
Già molti dei temi trattati nel libro ci si sono fatti incontro: l'andare, il mughetto, la leggerezza (insostenibile nel romanzo di Kundera) e la pesantezza (insostenibile a Teheran).
Una donna complessa e dalle molteplici esperienze ma anche una donna «sospesa», come sospeso è il libro anche nella totale assenza di riferimenti bibliografici. Homayounpour crede nella forza della parola, nel cui solco è cresciuta, traghettata dall'infanzia all'età adulta dal traduttore (41 sgg.) da cui impara (e con cui inizia) a tendersi elasticamente, come vela impegnata in bolina controvento, tra Oriente e Occidente, tra lingua farsi e lingue del mondo, tra romanzo autobiografico e saggio psicoanalitico, tra sogno e veglia.
Si esce disorientati e spiazzati dalla lettura di Una psicoanalista a Teheran, perché non trovi quel che pensavi di trovare (o almeno io pensavo di trovare): la dittatura, l'assenza di libertà; il confronto con i diktat di una cultura «talebana» e oscurantista, nei confronti delle donne in particolare. Poco di tutto questo; incontriamo, tra i suoi pazienti, donne disinibite, di grande spessore culturale e esperienza del mondo (15 sgg.; 1