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Il presente volume raccoglie ricchi ed eterogenei contributi presentati al Convegno «Le figure del vuoto e i sintomi della contemporaneità», organizzato a Napoli nel novembre 2011 dal Centro Napoletano di Psicoanalisi. Nell'impossibilità di esaurire tutto il testo mi limiterò ad accennare solo ad alcune tra le numerose suggestioni che offre. Come sottolineano i curatori nell'Introduzione, viene posta la questione del modo in cui i mutamenti sociali e culturali, che propongono nuovi «valori» fittizi, agiscano modificando la clinica ed indirizzandola verso una fenomenologia «arappresentazionale»: caratteristica di patologie quali l'anoressia, la bulimia, le dipendenze, la depressione.
Nella relazione introduttiva Luigi Rinaldi si sofferma su quei pazienti in cui «l'assenza dello sguardo riflettente materno ha prodotto un vuoto al posto della rappresentazione della propria immagine» (18) e il venir meno della rěverie materna ha impedito lo sviluppo della simbolizzazione, laddove il simbolo è frutto dell'atto creativo volto a recuperare un oggetto assente. Si costituisce così una cornice vuota dove domina uno spazio vuoto nel luogo in cui avrebbe potuto collocarsi l'Io.
Luchetti riprende più oltre il concetto di melanconia, come «patologia dell'autoritratto»: qui l'oggetto si è dileguato, sottraendosi all'investimento dell'Io nascente: l'oggetto è un disertore del campo del desiderio, dove l'Io era stato appena introdotto. Pertanto l'introduzione al desiderio si è rivelata una «seduzione al niente». In questi casi l'identificazione avviene con ciò che resta dopo la diserzione, cioè «una cornice svuotata dal puntello del desiderio dell'altro […] identificazione che si esprime nell'affermazione del niente che struttura integralmente il discorso melanconico» (161). La forma vuota dell'Io diviene l'unica possibilità di sopravvivere, consentendo una qualche possibilità di legame narcisistico.
Conrotto, nel suo contributo, commenta che nel caso clinico riportato da Luchetti assi