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«L'esperienza», scriveva Bataille (1943, 30), «è la messa in questione (e alla prova), nella febbre e nell'angoscia, di ciò che un uomo sa del fatto di essere». A differenza di ciò che accade in una dimensione di cui l'esempio più evidente è la riflessione filosofica, l'esperienza diviene interiore quando, attraverso una «intima cessazione di ogni operazione intellettuale», la mente viene messa a nudo. Nell'esperienza interiore «l'enunciato è niente, è solo un mezzo e finanche, in quanto mezzo, un ostacolo. Ciò che conta non è più l'enunciato del vento, è il vento» (1943, 43).
Sono molte le suggestioni che derivano dalla lettura di Esperienze, l'ultimo libro di Lucio Russo, e alcune di esse possono indurre a guardare nella direzione de L'esperienza interiore, uno dei testi più sofferti di George Bataille; ma per quanto significativa (come si vedrà), la misura di sovrapposizione tra le esperienze cui fa riferimento Russo e l'esperienza «nuda» resta ridotta. Innanzitutto perché occorre valutare il plurale: le esperienze. Si tratta cioè di un'esperienza ripetibile, ripetuta, diversa e mai, pur se drammatica, assoluta. Queste esperienze sono quelle della generalità dei pazienti, ma sono anche specifiche esperienze di «agonia identitaria» (140), e sono le esperienze - interiori - dell'analista all'ascolto con il «terzo orecchio» (e il sottotitolo del testo di Reik, 1948, provava non a caso a rendere conto del fatto che l'auto-osservazione e l'autoanalisi sono in primo piano nella costruzione dell'ascolto analitico). Un triplice registro, dunque, costruito intorno ad alcune questioni.
La prima si ritrova nel confronto con Freud e con l'«esigenza» freudiana (che è anche di Russo) di attingere alla letteratura, alla ricerca di «una lingua immaginifica e mitopoietica, capace di cogliere l'essere relazionale originario dell'infante in stato di Hilflosigkeit» (13). Uno dei gesti che inaugurano lo spazio della psicoanalisi risiede così in un'operazione che Nicholas Abraham (1968)