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«La natura umana è costante. Spesso, se si è onesti, un'emozione privata diventa l'esperienza di tutti, mentre un fatto pubblico, noto e importante, si perde nella sua insensatezza»
S. Rushdie
Nella visita al reparto di terapia occupazionale di un ospedale psichiatrico militare, agli inizi della guerra, Bion ha una impressione precisa: «Era stato raggiunto dai pazienti, dai medici, e anche dalla comunità un qualche tipo di equilibrio fondato sull'assenza di sincerità. La natura di questo equilibrio non era compresa e neppure notata: ne conclusi che l'unica occupazione che avrebbe potuto essere terapeutica sarebbe stato lo studio da parte dei componenti del gruppo della natura del malessere di cui soffrivano individualmente e collettivamente» (Bion, 1947, 335). In un altro appunto del 1971 propone: «Esiste qualcuno che affermi di essere il proprietario di una bugia? Naturalmente no, perché per come è formulata la domanda, la bugia è senza valore; rappresenta una proprietà che non vale la pena possedere. Vale ciò che aumenta il valore di una persona di fronte alla sua comunità: si deve poter distinguere il valore reale da quello solo apparente o accreditato. Nel regno del pensiero i valori sono contingenti» (1947, 349).
Per quanto Freud e Bion in più occasioni abbiano suggerito come la mente, per la sua evoluzione, abbia bisogno di «verità», Bion introdurrà valori relativi per definire verità e falsità: se si considera il vertice del soggetto che la sostiene, una falsità può essere vera e se si tiene conto della contingenza, ovvero del fattore ambientale e temporale, la bugia potrebbe invece essere «considerata un gran